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Collana/Poesia/26

Titolo: Il Canzoniere parte quarta  (288-366)

Autore: Maurizio Donte

 

 

Formato: 15x21 cm

brossura

128 pagine

 

Copertina:

Studio Maurizio Vetri

 

 

Prima edizione: Dicembre 2019

isbn 978-88-99782-63-4

 

Prezzo di copertina: Euro 15,00

 

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Prefazione

 

Bolero

 

Vaga sulle onde un fremere d’incanto,

mentre trema la luce della Luna

e alzo nel vento a lei un notturno canto

che flebile s’inizia sotto il cielo;

con arte io vengo a te, mia sola amata,

tu danzi quasi fossi una sirena

nel mare dell’estate che è passata.

Mi ricordo il motivo della danza

ed il tuo passo al muoversi del suono,

lento Bolero, dentro la risacca,

in languide movenze d’abbandono.

 

 

 

Iniziare da questa citazione testuale significa andare a fondo, da subito, nella epigrammatica vicenda del canto di Maurizio Donte. Un canto dolce, estremamente musicale, nutrito di cospirazioni emotive di grande abbandono erotico-intimistico, dove il verso, con tutta la sua potenza ermeneutica, si fa corpo risolutivo degli abbrivi vitali del Poeta. Sì, c’è l’amore, vissuto con plurima collaborazione panica, con espansioni iperbolico-allusive, e con abbracci semantici di urgente vocazione narratrice, ma un amore plurimo, totale, universale che coinvolge la vita nella sua polisemica significanza: il sogno, la realtà, il tempo, la memoria, la pace, la società e quell’inquietudine che nella poesia si fa flauto sotterraneo ad accompagnare il fluire dello spartito:

“Mi ricordo il motivo della danza”, una rievocazione che si traduce in alcova rigenerante, in edenico ritorno, in visione incantatrice trasferita in mondi dal sapore neoplatonico, dove tutto è leggero, inviolabile e sonoro come una musica sublimante. Ed è l’endecasillabo - trattato in tutte le salse, in tutte le sue tonalità, a maiore, a minore di sonetti ed odi… - a evidenziare l’esperienza metrica del Nostro; la sua abilità versificatoria, aduso, Egli, al verso nobile del canto: “con arte io vengo a te, mia sola amata,/ tu danzi quasi fossi una sirena/ nel mare dell’estate che è passata”. Un mare d’infinita portata, i cui orizzonti si estendono fino all’inverosimile, fino a traguardi a cui l’uomo non può allungare lo sguardo, data la sua pochezza. E il Poeta è cosciente della futilità del tempo, del gioco delle sue fauci, della sua rapacità e voracità: “E vano è lo sperare che ritorni:/ rapido fugge il tempo tra le dita.”, per questo si affida al memoriale, a quel “passato” che tanto vorrebbe riattivare “in languide movenze d’abbandono”; a un eros che, comunque, non circoscrive il panorama ispirativo del Nostro; dacché la perlustrazione ontologica delle piecès e lo scavo analitico si estendono, a tutto tondo, al bene e al male della vita, col ricorso a uno sguardo impegnato e addolorato su tutto ciò che crea sofferenza; su tutto ciò che si allontana dalla fraternità, e dalla umanità, visto che “Non più vi fosse guerra, ma fraterno/ amore” è l’auspicio più sentito del Poeta.

 

Sentimenti forti, di urgente resa poematica, che confluiscono in un climax esteso e variegato; in un climax che dall’empatia di un animo emotivamente coinvolto si distende fino ad un acuto dolore per un esistere lontano da ogni cosa buona: “Talvolta stanco son di questa vita/ che erra lontano da ogni cosa buona./ Rapida fugge e passa fra le dita,/ senza che nulla la rallenti e suona…”; per tutto ciò che è ingiusto e distante dall’amore; per tutto ciò che di brutto l’umanità ci offre: “Viviamo nella tenebra più oscura,/poca speranza ormai mi lascia il mondo:/ la vita di nessuno è più sicura/ e va l’umanità cercando il fondo…”. Scoramenti, illusioni, delusioni, gioie, dolori, speranze, e abbandoni: tutto si alterna in maniera piacevole e contaminante e tutto è affidato all’ausilio di una natura che con i suoi fremiti di nebbie, tramonti, albe, verdi primavere, o autunni decadenti, concretizza e rende visivi gli input emotivi di Maurizio Donte; quegli input che non di rado fanno apparire pessimistico l’animo del Poeta, ma che, al fin fine, lo portano ad inginocchiarsi di fronte alla grandezza dell’Eterno.

 

 

Nazario Pardini

 

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L'Autore

Maurizio Donte, nato a Imperia, il 29 dicembre del 1962, diplomato perito chimico e tecnico di laboratorio biomedico. Sposato e padre, vive a Pornassio, paese dell’entroterra albenganese, da alcuni anni.

Si dedica da sempre alla scrittura in poesia e in prosa, romanzi, racconti, articoli e commenti.

È collaboratore del professor Nazario Pardini sul blog letterario “Alla volta di Leucade”, ed è dal 2016 direttore artistico del concorso Internazionale di Poesia, Parasio città di Imperia. È autore del romanzo di storia alternativa “De Bello Parthico”, di alcuni poemi epici, tra cui l’edito “Cu Chulainn, il mito del Mastino di Cullan”, vincitore nel 2016 della sezione libro edito di poesia del Concorso Jack Kerouac di Morano Calabro, di numerose sillogi poetiche, tutte premiate ai concorsi, come “Sonetti e madrigali d’amor e guerra”, premio della Giuria 2014 al concorso Voci, città di Abano Terme, “Nell’incanto” per EEE, silloge sedici volte premiata, del recital tratto dal poema “I nuovi Canti di Erin” sulle musiche del M° Piero Rovida.

È stato più volte recensito con onore dai maggiori critici letterari italiani ed è comparso in numerosi articoli, interviste e commenti su La Stampa e il Secolo XIX, nonché sui quotidiani on-line e TV private. Ha vinto, tra gli altri concorsi letterari, la seconda edizione del premio Tracceperlameta a Recanati, dedicata al Leopardi, con la lirica “Pensando a Silvia” e, di seguito, la XII (2016) e la XIII (2017) edizione del concorso Nazionale Universo Donna di Tito, PZ, imponendosi quest’anno, alla vigilia della pubblicazione del primo volume della presente opera, nella sezione “Amore secondo i modi di Francesco Petrarca” col sonetto Valchiusa.

 

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