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Collana/Poesia/25

Titolo: Il Canzoniere parte terza (188-287)

Autore: Maurizio Donte

 

 

Formato: 15x21 cm

brossura

144 pagine

 

Copertina:

Studio Maurizio Vetri

 

 

Prima edizione: Dicembre 2019

isbn 978-88-99782-58-0

 

Prezzo di copertina: Euro 15,00

 

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Prefazione

 

Durante la cerimonia conclusiva della V edizione del Premio Casentino svoltasi a Poppi (AR), nel castello dei conti Guidi -era l’ormai lontano 1980-, l’ospite d’onore Vittorio Sereni in un suo breve intervento pronunciò una frase dal chiaro sapore di sentenza: “Oggi non mancano i poeti, manca la poesia”. Ed eravamo ancora agli inizi degli anni Ottanta! Nel corso del tempo mi è capitato di ripensare spesso a queste parole; negli ultimi due decenni poi mi sono ritornate alla memoria con maggior frequenza, visto il proliferare inarrestabile di tanta pseudopoesia o similpoesia confezionata da persone che improvvisamente si scoprono catturate e folgorate dall’arte poetica: sicché si danno a scrivere, senza alcun freno o ritegno, anzi con molta sicumera; con le conseguenze e gli effetti che purtroppo ben si conoscono. Quando mi capitano tali malaugurati incontri, il mio pensiero corre ai poeti di una volta che, in un periodo quasi sempre giovanile di apprendistato, “andavano a scuola” dai grandi del passato, magari anche imitandoli in un primo tempo; che si impadronivano con umile tenacia degli strumenti della poesia, segnatamente del linguaggio, delle forme, delle figure e dei ritmi; ma che infine, dopo tanti sacrifici, affrancatisi dai maestri, mostravano voce pura e tersa, canto profondo e personale.

Cosa c’entri tutto ciò con questa prefazione si capirà presto. Intanto mi piace qui ripetere ciò che vado sostenendo da sempre: la poesia è arte seria, ardua, severa, che quindi rifiuta ogni superficialità, velleitarismo e improvvisazione. Proprio per questo a me pare che Maurizio Donte abbia scelto la strada giusta, anche se più lunga e difficile, acquisendo e arricchendo, nel corso della lettura e dello studio della poesia e dei poeti, quel corredo di lingua e di stile senza il quale ogni tentativo creativo è destinato a fallire. Il fatto stesso che egli prediliga le forme metriche chiuse o tradizionali depone a favore della serietà del suo impegno di apprendimento e del suo lungo allenamento alla scrittura poetica che oggi gli consentono di aver confidenza con il verso, adoperandolo con naturalezza e piegandolo alle proprie esigenze espressive. Tra le dette forme chiuse, quella privilegiata in questa silloge è il sonetto, scelta impegnativa visto che in soli 14 versi va contenuto ed equamente distribuito l’intero flusso del momento creativo; ma Donte sperimenta anche altri tipi di composizione, dall’ode alla canzone, dalla ballata all’idillio, quasi a significare i suoi interessi e il suo territorio poetico a chiunque gli si avvicini. Il ritmo preferito è quello dell’endecasillabo, capace di rispondere per la sua flessibilità a ogni sentimento o affetto dell’io poetante, a ogni stimolo della mente o del cuore.

Già conoscevo Donte come poeta, ma per letture episodiche, occasionali. A dire il vero mi ha sempre incuriosito capire quale fosse e dove si trovasse il punto di giunzione tra la sua scelta di adottare poeticamente forme chiuse o antiche da un lato e la sua capacità creativa dall’altro; tra, cioè, la volontà di realizzare nei suoi versi un ordine stilistico e metrico da una parte e l’urgenza ineluttabile del dire dall’altra; e, ancora, se queste due istanze si fondessero in unità profonda e totale, come si conviene alla vera poesia. Il rischio - neppure tanto remoto in operazioni di questo tipo- è normalmente quello di ridursi all’imitazione dei grandi dei passato, rimanendo succubi del loro magistero e appiattendosi sulla loro poesia, di fatto rinunciando all’individualità e alla singolarità della percezione artistica e dell’atto poetico.

Bene, dopo aver letto con la necessaria attenzione questa silloge, a me pare che la voce di Maurizio Donte sia singolare, matura e personale, anche quando ricorre a qualche calco o ammicco che chiama in causa poeti ormai classici della letteratura italiana, come Petrarca (poeta d’elezione, al quale immediatamente rimanda il titolo del presente volume), Leopardi, Foscolo e Pascoli; o quando ne adotta (e adatta al suo sentire) modalità metriche e schemi di canto. Anzi io credo che il Nostro si accosti a questi grandi della poesia e li usi come sponda o da essi prenda appiglio per la realizzazione di un nuovo atto creativo; che essi, insomma, siano per lui un’emozione rinascente, un’occasione di scrittura, una provocazione sentimentale. A loro torna, certo, ma per poi dipartirsene, perché l’io poetico, per la sua unicità, ha una propria strada da percorrere: “sta” nella vita e la vive intensamente, talvolta con sofferta partecipazione, tuttavia al di là di ogni sterile rimpianto, di ogni fittizio modo di essere; sicché la poesia di Donte si connota per un ripiegamento interiore pensoso e dolente, per un’auscultazione puntuale del proprio mondo, invisibile agli altri ma agitato da passioni e moti vividi e frementi, pervaso da un senso religioso con tratti di sfumata laicità.

Per meglio rispondere all’individuazione dei temi che percorrono e caratterizzano la silloge, mi piace proporre per intero un sonetto che sembra anche essere un manifesto di poetica e che racchiude alcuni dei motivi più salienti della poesia di Maurizio Donte:

 

Di fantasia si nutre la mia vita,

di storie già vissute, di emozioni,

e di speranze e semplici illusioni,

che scivolano presto dalle dita.

 

Il vivere è una ipotesi smarrita:

un paradiso infranto, senza suoni,

che reca in sé soltanto delusioni.

Ed orbita nel buio l’infinita

 

tristezza per l’amor che un bacio ha spento.

La brace un tempo ardeva dentro al cuore;

son qui, Signore eterno, mi presento:

 

poeta per natura nel dolore,

costretto a rifuggir senza un lamento

ogni donna per cui provavo amore.

(Son. 287)

 

È una sorta di carta d’identità, una perspicua esplicitazione dell’animo più profondo del poeta; il quale, oltre alla necessità di cantare la vita in quelle manifestazioni che incidono sul suo sentire, qui sottolinea la precarietà, illusa e delusa, della sua condizione -quella di spirito amante- puntualmente costretto ad abbandonare le prode del sogno, fervidamente cercate, e a subire l’affronto di una realtà bieca e maligna; sicché viene naturale, alla sua indole religiosa, l’esigenza della confessione che ha nuances petrarchesche: “Son qui, Signore eterno, mi presento ...”. È quasi il gesto di un figlio che si rivolge al padre, dichiarando la propria condizione di disagio e attendendo forse una qualche forma di conforto. La vita come “ipotesi smarrita” e “paradiso infranto” è un motivo ricorrente in questa silloge, così come quello dell’amore, bramato, sofferto e mai pienamente realizzato, perché non è ignoto all’io poetico che “l’amore è un sogno, e vale/ a nulla lo sperar che sia altra cosa;/ ... non dura che un istante/ e l’anima trafigge e rende sola. ” (Son. 226). Eppure si noti con quali espressioni è detto questo sentimento in Son. 211: “ Eterno // io lo credevo, sai, questo sentire / che rigonfiava vele all’orizzonte,/ e veli distendeva nell’azzurro,// rosa, preso nel rapido sussurro / dell’aria, quando il sole nasce in fronte, / là, mostrandoci il nascere e il morire”. Qui dopo l’iniziale potente contrerejet che apre la porta ad un ammicco leopardiano, il sentimento d’amore è detto con immagini d’aerea levità, a malapena sfiorata dall’ombra della morte.

Certo l’amore può morire, ma può anche risorgere, in vari modi e forme, sempre nel segno della speranza, come incanto o sogno: allora il cuore innamorato tripudia, inneggia alla bellezza. Ma dura poco, giacché rattrista il poeta la sopravveniente percezione della caducità delle cose e della solitudine dell’uomo, sempre più disorientato nel marasma della vita. Ma pure -ed è impressione persistente, consolidata- non avverto dolore profondo o lacerante nella poesia di Donte. O almeno esso mi appare stemperato in una stupita malinconia e in una perdurante tristezza, figlie della consapevolezza di quanto sia transeunte ogni realtà umana e naturale. Nei suoi versi il poeta imperiese dà corpo a una lunga riflessione sulla vita condotta senza alcuna isteria, ma anzi con garbata rassegnazione a uno status inevitabile e ineluttabile, nel contesto di una visione pessimistica, certo, dove però l’amaro ha venature di dolcezza. Ed è poesia quasi colloquiale, la sua, talvolta rivolta a un “tu” ravvisabile in alcuni casi con l’alter ego del poeta stesso, altre volte in figure femminili , variamente sentite e descritte. Tra queste, me ne torna in mente una sulla quale si appunta l’ironia pungente, e forse anche un po’ piccata, della voce poetante nel sonetto “Gendo a Cipango”, interessante esperimento di scrittura d’epoca finemente intarsiato. Rilevato en passant l’ampio spazio che in questa raccolta occupa la natura, rappresentata quasi sempre nei suoi aspetti più fascinosi e serenanti, occorre aggiungere, per completare una sia pur sommaria analisi della poesia di Donte, che allusioni e ammiccamenti testuali, analogie e omologie, corrispondenze e riprese di frustoli, lacerti e atmosfere, oltre agli effetti precedentemente esposti, finiscono con il creare una sorta di complicità o connivenza tra il Nostro e gli altri poeti con i quali in qualche misura o modo egli interloquisce; proprio come se cercasse uno o più compagni di viaggio con cui stabilire una forma di comunicazione, mantenendo però intatta la propria indipendenza di scrittura.

Scrittura, per chiudere. Questa silloge contiene un’ottantina di sonetti (parecchi caudati), sette idilli, tre canzoni, varie odi e alcuni altri componimenti. Forme poetiche chiuse per regimare l’irrompere di sentimenti, impulsi, affetti, emozioni, incanalarli nell’alveo metrico - stilistico allo scopo di farli decantare da ogni impurità. Una sfida ininterrotta -quella del poeta- a coniugare l’impulsiva immediatezza sentimentale con la misura e la sobrietà di un vero e terso prodotto poetico. A ciò cospira anche l’uso sobrio se non essenziale del linguaggio figurato, con parco uso di metafore, analogie, paronomasie, ironia, anastrofe, anafore. Non così per l’enjambement che invece ricorre spesso, talvolta nelle soluzioni del rejet e del contrerejet. Nella sua forma normale serve al poeta per superare la barriera del verso, distendendo il suo dire in uno stile quasi amicale e dialogante ma tuttavia denso e misurato, mentre negli altri due esiti accortamente isola, con effetti di notevole vigore espressivo, verbi, nomi o aggettivi che, proprio per questa loro posizione, si caricano di ulteriori significati e venature.

M’arresto qui, dopo aver augurato al libro e al suo autore la fortuna che si meritano.

Al lettore l’ultima parola.

 

Pasquale Balestriere

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L'Autore

Maurizio Donte, nato a Imperia, il 29 dicembre del 1962, diplomato perito chimico e tecnico di laboratorio biomedico. Sposato e padre, vive a Pornassio, paese dell’entroterra albenganese, da alcuni anni.

Si dedica da sempre alla scrittura in poesia e in prosa, romanzi, racconti, articoli e commenti.

È collaboratore del professor Nazario Pardini sul blog letterario “Alla volta di Leucade”, ed è dal 2016 direttore artistico del concorso Internazionale di Poesia, Parasio città di Imperia. È autore del romanzo di storia alternativa “De Bello Parthico”, di alcuni poemi epici, tra cui l’edito “Cu Chulainn, il mito del Mastino di Cullan”, vincitore nel 2016 della sezione libro edito di poesia del Concorso Jack Kerouac di Morano Calabro, di numerose sillogi poetiche, tutte premiate ai concorsi, come “Sonetti e madrigali d’amor e guerra”, premio della Giuria 2014 al concorso Voci, città di Abano Terme, “Nell’incanto” per EEE, silloge sedici volte premiata, del recital tratto dal poema “I nuovi Canti di Erin” sulle musiche del M° Piero Rovida.

È stato più volte recensito con onore dai maggiori critici letterari italiani ed è comparso in numerosi articoli, interviste e commenti su La Stampa e il Secolo XIX, nonché sui quotidiani on-line e TV private. Ha vinto, tra gli altri concorsi letterari, la seconda edizione del premio Tracceperlameta a Recanati, dedicata al Leopardi, con la lirica “Pensando a Silvia” e, di seguito, la XII (2016) e la XIII (2017) edizione del concorso Nazionale Universo Donna di Tito, PZ, imponendosi quest’anno, alla vigilia della pubblicazione del primo volume della presente opera, nella sezione “Amore secondo i modi di Francesco Petrarca “ col sonetto Valchiusa

Nel 2018 ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti come il Premio della critica alla edizione tredicesima del concorso Voci città di Roma e il Premio speciale per la metrica ottenuto alla sesta edizione del Concorso di Sarzana con cinque sonetti estratti dal primo volume dall'opera Il Canzoniere

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