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Collana/Poesia/33

Tutti i titoli Collana/Poesia

Titolo: Il confine

Autore: Manuel Di Maggio

 

Formato: 15x21 cm

brossura

80 pagine

 

Illustrazione di copertina :

Manuel Di Maggio

 

Prima edizione: dicembre 2021

 

ISBN 978-88-99782-86-3

 

 

Prezzo di copertina: Euro 12,00

 

Poetare est percipi

 

 

Qualche anno fa, quando pubblicai il mio primo romanzo per Maurizio Vetri, Ennanoir – Il Paese in Controluce, la sensazione che trassi dal portarlo a termine fu quella dell’«esperimento». Scrivere un libro era un desiderio che nutrivo da tempo, ma, come recitava un vecchio adagio, bisogna stare attenti a ciò che si desidera. Per tale ragione, tanto per me, quanto per Maurizio, quell’opera finì davvero per essere un «esperimento» e, per certi versi, non sarà mai nulla di più. Sono passati cinque anni, e in mezzo, di romanzi ce ne sono stati altri due, così come c’è stato anche un racconto pubblicato sul libro Le Strade. Tuttavia, una silloge poetica, finora, non era mai rientrata minimamente tra le mie ambizioni, e ci è voluto molto tempo prima che potessi convincermi a portarla alla luce. E, forse con la voglia di riprovare l’ebbrezza d’un tempo, posso dire che anche questo potrà catalogarsi come un «esperimento» letterario.

Mi si potrebbe benissimo chiedere il perché di queste mie remore e, beh, ci sarebbero un mucchio di autori che sarebbero portati a chiosare con un lapidario «sono un romanziere» come risposta, chiudendo così la questione. Ma se c’è qualcosa che i miei libri hanno insegnato prevalentemente a me, è di non dare mai per chiusa una questione. La mia risposta, invero, potrebbe sembrare un becero tentativo di appallottolare in un’unica poltiglia tutte le sensazioni e le percezioni che potrebbero portare un individuo a scrivere, ma è proprio questo il tema fondante: le percezioni, le sensazioni, le impressioni.

Per dirla un po’ alla Berkeley, l’essere è il percepire, e la poesia è pregna di percezioni, anzi, ne è costituita in tutto e per tutto. Come potrei mai raccontare un determinato aspetto che mi sta a cuore attraverso una sequenza di parole anche e soprattutto scomposte e ricomposte? Sapendo che la mia narrazione per immagini scaglionate e definite nella mia mente si basa su mie percezioni e impressioni, come potrei poetare se, tra le mani di qualcun altro, il tutto potrebbe assumere differenti aspetti e visioni? Qualcuno mi risponderà che il bello dell’arte è proprio quello, magari controbattendo con l’espressione «mostra, non dire» che saggiamente insegnano nelle scuole di scrittura. Nulla di più vero, ma in una società come quella di oggi, il rischio cui si può andare incontro è quello opposto: l’essere retorici. Condire, edulcorare, colorare le parole è un espediente in cui noi italiani eccelliamo: abbiamo la lingua più complessa e arzigogolata del mondo, ma anche quella più espressiva, più narrativa. Tuttavia, il più delle volte, magari per lasciar trapelare quella tremenda e abusata parola, il «messaggio», infarciamo ogni singola espressione con orpelli del tutto non-necessari. «Gli italiani sono malati di retorica», ci ricordava Rossellini in Roma Città Aperta, e non a caso era un occupante nazista ad affermarlo. Sarebbe pertanto logico immaginare questo libro come un mio tentativo di pormi dall’altro lato, di apparire provocatorio e il più possibile antiretorico. Eppure, anche lì, si finisce per correre il rischio di tralasciare un’arte che, comunque, esiste da millenni. Nel Protagora, Platone ci raccontava orgogli e dolori della retorica, con il suo maestro Socrate che, dialogando con l’anziano sofista, ne confutava e parimenti ne lodava aspetti smaccatamente afferenti a quell’arte. E allora come ci muoviamo? Come suggerivano i romani: «Virtus in media stat», la virtù sta nel mezzo. La poesia è prevalentemente interpretazione, molto più della prosa, o della pittura, arti in cui, comunque, l’autore è in grado di aggiungere quel dettaglio in più che possa esplicitare qualcosa. Nella poesia non è così semplice. Ed è probabilmente con queste piccole righe che sto cercando di aggiungere quell’aspetto difensivista che con un romanzo mi sarei ritrovato a mettere nella narrazione. Perché se non siamo altro che un miscuglio di percezioni e impressioni, e se è parimenti vero che la nostra ragione è tale da farci percepire l’innatismo come tale, allora perché non diradare il nostro senso partitistico in un’analisi meno estrema – o estremista? Perché una poesia deve avere un messaggio valido per tutti? Perché non può essere una semplice chiamata per il lettore? La poesia è l’arte della parola portata al suo essenziale, e la parola deve essere in grado di comunicare, non di insegnare, men che meno di «indirizzare». La nostra cultura ancora scolastica, in cui la lezione frontale e l’insegnamento verticale primeggiano sulla possibilità di dialogo, finalizzando il tutto al voto utile a testimoniare quanto hai studiato piuttosto che quanto hai compreso o apprezzato, ci porterà sempre a vedere la lettura, la letteratura in modo solido, e mai liquido, rifacendoci un po’ a Bauman e, perché no, agli eraclitei. Ciò si tradurrà con un’unica interpretazione valida per ogni singola poesia, od ogni singola opera mai scritta; tentare di dare una propria chiave di lettura è tanto sconsigliato quanto schernito secondo la nostra cultura. È per questa ragione che Il confine e altri quadretti vagamente surreali è un libro che, anni fa, difficilmente avrei scritto, ma che adesso è finalmente giunto tra le vostre mani: perché esso non vuole essere una silloge poetica volta a spiegarvi il mio punto di vista sulla realtà, bensì un tentativo di comunicare a distanza con voi, com’è stato per i miei romanzi; un tentativo di raccontare a voi qualcosa che, tra parole giustapposte, possa assumere i significati più disparati, una condivisione reale, filosofica e, perché no, sociale – termine che oggi abbiamo sentito in tutte le possibili declinazioni. Questa silloge poetica non è altro che un mio racconto, come lo sono stati Ennanoir, Di silenzi e di sangue, il racconto Non girare alla prossima curva contenuto in Le strade, e il mio ultimo romanzo Una tonalità più bianca del pallido. Non nasce con l’idea di insegnare, ma di farsi percepire. Di essere un percipi anche e soprattutto per voi, così come lo è stato per me che l’ho scritto.

 

 

Manuel Di Maggio

 

L'Autore

Manuel Di Maggio nasce a Enna il 13 agosto del 1993. Consegue il diploma in fumetto francese e in sceneggiatura presso la Scuola Internazionale di Comics di Roma, rispettivamente nel 2016 e nel 2017. Pubblica il suo primo romanzo, Ennanoir – Il paese in controluce nel 2016 per Maurizio Vetri Editore. Partecipa a Le strade (2017), una raccolta di racconti brevi scritti da sei giovani autori ennesi. Nel 2018 pubblica il suo secondo romanzo, Di silenzi e di sangue, ancora per Maurizio Vetri. Di tutte e tre le opere è anche autore delle copertine. Nel 2021 è la volta di Una tonalità più bianca del pallido, terzo romanzo edito dalla casa LFA Publisher di Napoli. Attivo anche nel campo del giornalismo, tra il 2016 e il 2019 ha scritto per la webzine Spaziorock.it. Nel 2020 ha collaborato con Metropolitan Magazine Italia come recensore cinematografico. Dal 2020 è articolista presso Dedalo Multimedia, testata della città di Enna. Inoltre, dopo una breve esperienza per la webradio WMRadio (2014-2015), dal 2017 è speaker presso l’emittente online Bedda Radio, presso cui svolge anche il ruolo di redattore e, dal 2020, di dirigente.

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