maurizio vetri editore
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Autore: Florindo Arengi

introduzione di Danilo Mainardi

Formato: 14,8x21 cm

brossura

160 pagine

illustrazioni: 120 fotografie in b/n e colori

dall'archivio dell'autore

isbn 978-88-905380-9-4

Prezzo di copertna: Euro 20,00

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Accingendomi a presentare questo eccellente e utile libro desidero fare qualche considerazione di carattere generale.

Prima dell’addomesticamento il rapporto tra uomini e animali era di carattere prevalentemente ecologico. In parole semplici ma efficaci: loro erano loro e noi eravamo noi. Gli animali, per l’uomo, potevano infatti essere potenziali prede, o predatori, o parassiti, o fastidiosi competitori per una qualche risorsa. Oppure, anche questo era possibile per una specie come la nostra, semplice oggetto di curiosità. Una barriera, a ogni modo, ci separava sempre dalle altre specie. Poi però, con l’addomesticamento, soprattutto quello dei mammiferi, il rapporto cambiò e divenne etologico: si vanificò cioè, tra loro e noi, la barriera di specie, perché con i mammiferi addomesticati, e anche con certi uccelli, risultò possibile instaurare rapporti sociali, gerarchie, scambi comunicativi e affettivi. E fu una rivoluzione.

E’ un discorso complesso quello dell’addomesticamento, perché si tratta di un fenomeno di evoluzione biologica condizionato, e sempre più, dalla nostra evoluzione culturale. Quei cacciatori-raccoglitori che adottarono il primitivo lupetto e “crearono il cane” erano infatti culturalmente ben diversi, tanto per dire, dai moderni zootecnici che attualmente, servendosi delle moderne biotecnologie, fabbricano esseri transgenici. Eppure esiste, nella complessità del fenomeno, una continuità coinvolgente gli animali più diversi.

Pertanto, riprendendo la definizione, l’addomesticamento risulta essere un processo in continua e sempre più rapida evoluzione proprio per il continuo cambiamento e differenziamento culturale della nostra specie.

   Ora, per localizzare il caso che qui maggiormente ci interessa, quello del Cane di Mannara, credo sia opportuno definire, almeno nelle sue grandi linee, le principali fasi del processo addomesticativo. Ebbene, nella sua fase iniziale l’addomesticamento appare come un evento quanto mai naturale, basato su fenomeni praticamente fuori dal controllo culturale, anche perché preminente sembra essere la parte attiva dell’animale, che conquista così una nuova e vincente nicchia ecologica. Mi riferisco, innanzitutto, ai segnali infantili, che facilitano l’adozione da parte della nostra specie, e subito dopo all’imprinting, che provoca l’attaccamento e che determina la caduta di quella barriera tra le specie che permetterà la condivisione d’una comune socialità, affettività, comunicazione.

   E’ in questa prima fase che gli animali addomesticati, almeno in parte protetti, grazie all’uomo, dalle pressioni selettive naturali, mostrano una grande variabilità tra gli individui. Ed è solo quando l’uomo prende coscienza dei possibili vantaggi che gli possono derivare dal possesso e dallo sfruttamento dei suoi domestici e, in modo sempre più mirato, inizia a farsi mentalmente un’idea del modello ottimale (che poi si concretizzerà in uno standard) di ciò che desidera che sia, fisicamente e per le caratteristiche comportamentali, il suo animale domestico. E questa sarebbe la fase delle razze pure, in origine sempre geografiche ma, a causa delle migrazioni che l’uomo compie portandosi dietro i suoi animali, con grandi probabilità di mescolamento con altre razze incontrate durante queste peregrinazioni. Infine, terza e ultimissima fase, quella segnata dal grande progresso culturale della biologia, che produce le razze cosiddette biotecnologiche, in vario modo segnate dagli effetti della inseminazione artificiale, dai parti cesarei, dal trasferimento degli embrioni, dalla clonazione e così via.

 

Danilo Mainardi

Professore emerito di ecologia comportamentale

Università Ca’ Foscari di Venezia

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