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Cat 121

Collana/Poesia/37

Tutti i titoli Collana/Poesia

Titolo: Non ammazzate il poeta

Autore: Giovanni Lo Giudice

 

Formato: 15x21 cm

brossura

96 pagine

 

 

Prima edizione: settembre 2022

 

ISBN 978-88-99782-99-3

 

 

Prezzo di copertina: Euro 13,00

 

 

Introduzione

 

Si fa fatica a chiamarla silloge o più semplicemente raccolta. Però è anche vero che a un primo sguardo sembrano proprio poesie.

Tutte hanno una sequenza di versi e hanno anche un ritmo, una musicalità, una metrica, addirittura anche  le rime, seppure trattasi di rime spesso scompigliate e “sverse”.

Sarà che in un’epoca così balorda e malsana, che incrocia il tardo meriggio della sua esistenza, il poeta comincia a stare poco bene. E i suoi versi cominciano a diventar “riversi”, aggrovigliandosi tra loro in una sorta di pastrocchio insano ai limiti della più ruvida distopia.

 

Quando amore non fa più rima con cuore, quando il profumo di rose o di tulipani non si asperge nell’aere al solo leggere di poche righe, il poeta inizia a morire. Almeno così dicono.

Ma è anche vero che l’ironia è più forte della rabbia e riesce a frapporsi tra la fantasia del poeta e l’idiozia dei nostri tempi. E allora il poeta rinviene, ostentandosi più vivo e consapevole, abile nello stemperare il suo amaro disincanto nella dolce brezza di un sorriso.

Lui sa che non è più tempo di mielosità, sdolcinature, lune capresi e frasi rubate al mare. E sa che non si può essere poeti di fronte a una corriera che trasporta anziani ignari innanzi a un palco, dove l’affabulatore dispensa sogni e dentiere, in cambio di una croce da segnare in cabina e poi portare sulle spalle.

E non ci son più poeti laddove l’umana gioventù pullula di polli in batteria, mentre  qualche rara mosca bianca, armata di coraggio e orgoglio, scappa a bordo di un fiorino, a cercar scampoli di vita vera, di mondo antico.

Così al poeta non rimane che prender le distanze, provando a ridere della bieca ipocondria di chi insegue dottori stressati e alambicchi da tastiera. E anche di coloro che, nell’eremo di un salotto, con una rosa appassita tra i denti, fanno la guerra al mondo, battendo i tacchi e sollevando solo polvere.

Quel poeta, ormai non più tale, esplora la follia di un duemila maledetto, quel duemila che rinnega posti fissi e riduce l’ebbrezza di una festa in uno sterile rimbalzo di messaggi stereotipati e di gesti stanchi e ripetitivi, come l’addobbo di un alberello rinsecchito, che custodisce suo malgrado pacchi riciclati e sacre famiglie da discount.

 

Ma il poeta non ci sta e allora prova a reinventarsi tale, pur scivolando tra grucce e ombrelli che impigliano le sue parole in un triste e vacuo incedere verso la malinconia. Ma basterà aggrapparsi ad altri versi, sversi e riversi, per forzare le utopie e tornare a sorridere di badanti-robot e di narcisi rimbecilliti dalla mania dei selfie.

E quando gli echi di una guerra idiota si mescolano all’egemonia di statisti affamapopolo, di insulsi plutocrati, di trafficanti di profughi e di sedicenti filantropi col Rolex al polso, allora il poeta guarda il suo misero datario e comincia a sollevar lo sguardo ben oltre, laddove si intravedono piccoli sprazzi di quell’eterna primavera di Agartha, nonché l’ombra di quel bagaglio vicino alla porta d’uscita che si svuota e si riempie tutte le volte che si va via (tanto poi si torna).

E prima ancora che quel sicario, figlio di un tempo balordo, punti l’arma contro quel poeta maledetto, non può non consumarsi quel grido di dolore di fronte ai luridi  incravattati che scommettono sul mondo e promettono il lancio di quell’ultimo dado. Un gioco di dadi perverso che elude quella miseria umana, colpevolmente ignara di qualunque verità, comodamente acquattata nel bel mezzo di una discarica televisiva che appioppa parenti agli ignoti e dona bugie agli allocchi.

E alla fine, proprio quando si intravede la sagoma del turpe sicario, con quel maledetto dado che rimbalza sul palmo della mano, ecco che il poeta tira fuori un ricordo dal cilindro della sua giovinezza: una TV accesa e una dozzina di buontemponi alle prese con un canale un pò osé. La spasmodica attesa di certe scene proibite e poi il finale che non ti aspetti. E che non desideri.

E così ci scappa un sorriso, se non addirittura una grassa risata.

E si sa che il riso fa buon sangue e ammazza qualunque sicario.

E quel dado non sarà più tratto.

E nessuno potrà più ammazzare il poeta.

 

Giovanni Lo Giudice

L'Autore

Giovanni Lo Giudice nasce ad Enna il 24/12/1962 e vive in Piemonte, a Borgosesia, dove svolge l’attività di medico internista ospedaliero.

Da sempre incline alla scrittura, soprattutto umoristica, ama definirsi “scrittore e prescrittore”, dovendo conciliare la sua professione medica con la sua passione creativa.

Ha già all’attivo la pubblicazione di tre romanzi di narrativa: Effetto Jeremy (edito da Ibiskos Ulivieri 2014), Ma che storia è questa (edito da Europa Edizioni, 2017), Il dilemma di Cucuzzedda (edito da L’Erudita 2019), nonché la pubblicazione di tre raccolte di poesie: Qualcuno crede ancora (edizioni Montedit, 2004), Cent’anni e un minuto (edito da Ibiskos Ulivieri 2009), La luna e i lacchè (edito da Ibiskos Ulivieri 2014).

Da segnalare la sua vocazione per la scrittura di sceneggiature nonché per la recitazione presso compagnie teatrali locali.

A tal proposito nell’ottobre del 2022 è tra i fondatori del gruppo teatrale biellese “La Compagnia della Borragine”, dove opera sia come autore dei testi che come attore.

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