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"se apro un libro, migliaia di farfalle si liberano"

Mario Giunta

COLLANA/PaginediTeatro/

IN ALLESTIMENTO

Il Teatro di Antonio Maddeo

Elisa Di Dio

 

Teatro al centro

Storie e testi per i trent'anni della Compagnia dell'Arpa

 

Collana/PaginediTeatro/5/

Era ora. Sì, finalmente! Trovare il tempo e il modo per raccogliere i testi teatrali scritti negli anni da Elisa Di Dio è stato un bell’impegno. Bisognava farlo, però. Per mettere ordine fra le carte, certamente, ma soprattutto per non abbandonare le pagine nel chiuso dei cassetti o peggio ancora lasciarne ingiallire i titoli nelle locandine arrotolate in soffitta.

I testi ribollivano sugli scaffali, rumoreggiavano nei file del pc, cercavano la strada per essere impaginati in formato book e letti.

Lasciatevelo dire: i copioni teatrali di per sé sono illeggibili. Pieni di appunti, tagli, quasi sempre non numerati (per mettere alla prova la memoria degli attori, probabilmente), spesso scarabocchiati da scenografi, tecnici, costumisti, tutti intenti a segnarsi suggestioni e punti salienti, macchiati di tè e caffè (tanto caffè) e alla fine resi irriconoscibili dalla stessa compagnia che il regista aggiorna fino al debutto (leggi: fino a un minuto prima dell’apertura del sipario) con tagli e nuove versioni. Insomma, a mettere in scena un testo c’è da farsi venire il mal di testa. Un garbuglio che per fortuna resta del tutto celato agli spettatori.

Quindi fidatevi, cogliete al volo la straordinaria fortuna di avere dei copioni rilegati con pagine in coerente successione. E godeteveli.

Anche perché questa è la prima (e insistentemente richiesta da più parti) pubblicazione della drammaturga, regista e attrice xibetana alla quale seguiranno delle altre.

Per forza, i suoi scritti teatrali non sono tutti qua. Me ne sono accorta, ve ne accorgerete anche voi. Vero, cara Elisa?

 

dalla prefazione di Mariangela Vacanti

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Gianni Virgadaula

 

Chiara  quadretti di vita mistica

Sacra rappresentazione in due atti

 

 

Collana/PaginediTeatro/3/

È sempre bello parlare di Chiara, di questa “donna nuova della valle spoletana”, come la definì Alessandro IV nella Bolla di Beatificazione (1255). Ha scritto all’inizio del secolo il Sabatier: “La figura di Chiara non è soltanto una riproduzione di Francesco […]. Si ha l’impressione che lei se ne sia rimasta dietro le quinte, per umiltà. Ma anche gli altri non hanno avuto verso di lei il doveroso riguardo […]. Senza tali reticenze, Chiara si troverebbe oggi fra le più grandi figure femminili della storia” (citato da C. Cargnoni). Un’altra testimonianza, impressionante e certamente al di là di ogni sospetto, è quella di Palmiro Togliatti, il quale tanti decenni orsono, nel primo discorso alle donne comuniste di ritorno in Italia: “Non crediate – disse – che la religione cattolica sia in sé e per sé un elemento di ostacolo alla emancipazione delle donne, tanto è vero che io vi invito a ripensare la storia di Chiara, donna quanto mai autonoma” (raccontato da Miriam Mafai).

 

Dall’introduzione di padre Giovanni Salonia

Patrizia Fazzi

 

Godot 3.0

Riduzione teatrale e regia di Patrizia Fazzi

Fotografie di  Antonella Barbera e Fabio Leone

 

 

Collana/PaginediTeatro/4/

“Se avessi saputo chi è Godot l’avrei scritto nel copione“

Così esordisce Samuel Beckett rispondendo alla annosa domanda di chi fosse Godot.

Aspettando Godot è una tragicommedia costruita intorno alla condizione dell’attesa. La grandiosità di Godot sta proprio nella sua astrattezza, o meglio nella sua totale apertura: l’attesa di Vladimiro (Didi) ed Estragone (Gogo) è l’Attesa con la A maiuscola, la sintesi di tutte le attese possibili.

La prima trovata scandalosa del capolavoro beckettiano è questa: il protagonista è assente.

Aspettando Godot è una commedia in cui non accade nulla, per due volte: due uomini attendono un terzo uomo. Questo terzo uomo non arriva...

 

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Gianni Virgadaula

 

Oltre le Nuvole L'ultimo volo di Francesco Baracca

Dramma in due atti

 

 

Collana/PaginediTeatro/2/

Tante le vittorie di Baracca e forse tante altre ne sarebbero arrivate se in quel tiepido tardo pomeriggio del 19 giugno 1918 non fosse giunta al Campo d’aviazione, inaspettata, quella telefonata dall’Alto Comando. Baracca è sceso da poco dal suo aeroplano dopo una giornata intensa di volo; sono giorni decisivi per le sorti della guerra: gli Austriaci resistono e contrattaccano sotto la pressione della fanteria italiana. I cieli del fronte sono ormai dominati dall’Aviazione Italiana ma alla caccia si chiede di appoggiare la nostra fanteria, che sta premendo verso Nervesa, con azioni di mitragliamento sulle linee nemiche. Alle 18.15 Baracca ridecolla dal campo assieme al suo gregario Osnago. Un volo radente sulle trincee nemiche, avanti Baracca e dietro Osnago che “alza gli occhi dal collimatore della mitragliatrice e si ritrova solo”. Ancor oggi si discute sulle cause della morte di Baracca, su chi abbia tirato quel colpo conficcato nel suo cranio.

 

Tratto dall'introduzione di Massimo Mondini

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IN ALLESTIMENTO

Il Teatro di Antonio Maddeo